Artisti o opportunisti ? Il lato scomodo della musica che nessuno vuole raccontare.
Oggi parlano i manager.

Pubblicato il 2 febbraio 2026 alle ore 12:36

Dopo aver pubblicato un articolo sull’aumento esponenziale delle richieste di consulenza legale da parte degli artisti a inizio 2026, è successa una cosa interessante.
Non mi hanno scritto solo artisti. Mi hanno scritto soprattutto manager.

Messaggi, telefonate, vocali. Tutti diversi nei toni, ma sorprendentemente simili nella sostanza.
Il concetto di fondo era chiaro:

“Quello che dici è vero, ma non è tutta la verità.”

Ed è giusto dirlo. Il racconto che emerge è quello di professionisti stanchi.
Non di fare il loro lavoro, ma di fare sempre lo stesso lavoro due volte: prima per costruire, poi per vedere tutto dissolversi.

Molti manager oggi investono anni di lavoro, relazioni personali, credibilità professionale, spesso anche risorse economiche, costruiscono percorsi, aprono porte, accompagnano gli artisti in passaggi delicati.
Poi, quando il progetto inizia a funzionare, arriva l’offerta migliore, la promessa più grande, il nome più pesante e l’artista se ne va.

Il tema che ritorna sempre: opportunismo !!!

Non è una parola elegante, ma è quella che torna più spesso.

Una parte degli artisti di oggi non ragiona in termini di carriera, ma di vantaggio immediato.
Non progetto, ma risultato. Non identità, ma visibilità.

Il manager diventa una funzione temporanea: serve finché serve, poi si cambia.

Questo non riguarda tutti, ma riguarda abbastanza artisti da rendere il problema sistemico.

Così come esistono etichette che lavorano male, esistono anche artisti che non sono davvero interessati all’arte.
Sono interessati al successo rapido, alla monetizzazione veloce, alla scorciatoia.

La gavetta viene vista come una perdita di tempo, lo studio come un optional, la coerenza come un limite.

Ma la musica, piaccia o no, non funziona così e qui il cerchio si chiude con l’articolo precedente.

Da un lato strutture che firmano chiunque, senza investire davvero, dall’altro artisti che cercano solo il salto veloce. In mezzo manager seri, schiacciati tra aspettative irrealistiche e mancanza di lealtà.

Questo articolo non smentisce il primo bensì lo completa.

Se è vero che molti artisti oggi si sentono strumentalizzati, è anche vero che molti artisti strumentalizzano il sistema, consapevolmente o meno.

Il problema non sono solo i contratti, è la cultura che li genera.

E no, non possono essere solo gli avvocati a tenere in piedi l’equilibrio.
Serve una presa di responsabilità collettiva: artisti, manager, etichette, operatori.

Perché se l’arte smette di essere il centro, non è il mercato a perdere.
Perdiamo tutti.

Fabio Falcone

 

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