Lavorando ogni giorno nel mondo della musica, a stretto contatto con case discografiche, editori e artisti, ho la fortuna di avere sotto gli occhi una casistica enorme e siccome ogni volta che scrivo ricevo puntualmente osservazioni da chi non si riconosce in quello che dico, metto subito le mani avanti: questo articolo non si rivolge alle etichette diciamo "serie", strutturate, professionali, navigate, credibili. Non parlo di quelle strutture che investono davvero e quando dico investono, non parlo solo di soldi, parlo soprattutto di tempo, energie, contatti, relazioni, strategie, presenza costante.
Per farvi capire meglio cosa intendo, faccio un esempio concreto.
Tra una settimana sarò al Festival di Sanremo con Eddie Brock. Eddie Brock è seguito da una mia cliente, l’etichetta discografica Sangita Records. Ecco, Sangita è l’esempio perfetto di come dovrebbe lavorare una vera etichetta indipendente. Non è una struttura che distribuisce centinaia di artisti sperando che uno esploda. Non è una macchina automatica. È una sartoria.
Sono cinque anni che Sangita Records lavora su Eddie Brock. Cinque anni di sviluppo artistico, scelte strategiche, investimenti economici, pubblicità mirate, relazioni costruite nel tempo, presenza quotidiana. Credibilità.
Sangita ha pochissimi artisti e su quei pochi spende tutto: tempo, energie, attenzione. Risponde al telefono, risponde alle e-mail, lavora H24. Segue l’artista come si fa in una piccola famiglia.
Il risultato di oggi, arrivare a Sanremo, non è fortuna. È sacrificio, visione, continuità, lavoro vero. Quando parlo di etichetta discografica, parlo di questo.
Arriviamo al dunque.
Ogni settimana si rivolgono al mio Studio Legale Artisti che hanno 100.000 o 150.000 ascoltatori mensili su Spotify (o anche di più), 70.000, 80.000, anche 100.000 follower su Instagram, una community attiva e brani già distribuiti sugli store digitali.
A un certo punto vengono contattati da qualche etichetta discografica.
Firmare sembra il passo naturale, sembra il livello successivo.
Ma è davvero così? Molte di queste etichette, in realtà, non fanno altro che distribuire e incassare percentuali.
Gestiscono cataloghi enormi e lavorano sul modello della cosiddetta coda lunga, teorizzata da Chris Anderson: tantissimi artisti, pochissima attenzione su ciascuno.
Lo dico sempre ai miei clienti: non è cattiveria, è metodo, è matematica, non stiamo giudicando nessuno ma è ovvio che se segui centinaia di progetti, non puoi fare sartoria su ogni artista.
Non c’è tempo materiale.
E allora la domanda diventa semplice: ti serve davvero un’etichetta discografica che lavora in questo modo oppure sei già tu l’etichetta di te stesso ?
Sei tu che fai promozione sui social. Sei tu che produci gli stream. Sei tu che hai già caricato la musica sugli store tramite un distributore, concedendo una percentuale per quel servizio. Allora qual è il valore aggiunto dell’etichetta ?
Cosa ti dà che tu oggi non hai già ? Perché nel momento in cui firmi inizi a cedere percentuali sulle royalties, a volte anche le edizioni, a volte perfino il management (?!?) ... parliamone !
E se in cambio non ricevi un salto di livello reale, cosa stai facendo ? Stai solo dividendo una torta che avevi già cucinato da solo.
Non sto dicendo che non bisogna firmare con una casa discografica.
Sto dicendo qualcosa di molto più importante: oggi è facilissimo firmare un contratto discografico. La firma non è più un traguardo, non è più un premio, non è più automaticamente l’inizio di una carriera.
La differenza non la fa la firma. La differenza la fa con chi firmi e in che momento firmi.
Se firmi troppo presto rischi di diventare il "bancomat" di qualcun altro. Porti in dote stream, numeri, pubblico, e inizi a dividere tutto senza che nessuno ti porti davvero più in alto.
Allora chiediti: non è meglio trattenere il cento per cento finché non arriva qualcuno che ti porta davvero al livello successivo ?
Se un’etichetta non ti apre porte che da solo non puoi aprire, non ha senso firmare. Prima di dire sì, analizza chi hai davanti.
Che risultati concreti ha fatto con altri artisti? Ti stanno sviluppando o ti stanno solo distribuendo?
Confrontati con un esperto, un manager, un professionista del settore, un avvocato specializzato.
Il punto non è firmare. Il punto è firmare bene e firmare al momento giusto.
Oggi il mercato della musica è completamente cambiato. Il contratto discografico non è sempre il punto di partenza di una carriera. A volte diventa il punto di blocco. E quando ti blocchi, recuperare è difficile. Forse prima o poi scriverò un libro su questo argomento.
Per ora ti lascio con una domanda semplice: è davvero il momento di firmare adesso ?
Pensaci.
Avv. Fabio Falcone
