C’è un dato che, da avvocato che lavora quotidianamente nel settore musicale, non posso ignorare.
Nelle prime tre settimane di gennaio 2026 ho ricevuto un numero di richieste di consulenza più che raddoppiato rispetto alla media mensile del 2025 e degli anni precedenti.
Un aumento di circa il 100%, concentrato in pochissimo tempo.
Le richieste erano tutte simili:
analisi di contratti discografici, editoriali e di management proposti ad artisti, spesso molto giovani, da etichette indipendenti, label e strutture varie, distribuite su tutto il territorio nazionale.
Quando un fenomeno si manifesta con questa intensità, non è casuale.
È sintomatico di qualcosa che sta cambiando.
Cosa sta succedendo nel mercato
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le strutture che si inframmezzano tra l’artista e i DSP, cioè le Digital Service Providers: Spotify, Apple Music, Amazon Music e gli altri store digitali.
L’intermediazione, di per sé, non è un male.
Il problema è la logica con cui viene esercitata.
Sempre più spesso, le proposte che arrivano agli artisti non prevedono un reale progetto di sviluppo, un investimento strutturato, una visione di carriera ma si basano su un meccanismo molto semplice:
ti mettiamo sotto contratto, pubblichiamo la musica, e poi vediamo cosa succede.
La logica della quantità (una profezia che si è avverata)
Questo scenario non mi sorprende.
Più di vent’anni fa, mentre mi laureavo in giurisprudenza con una tesi sulla distribuzione delle opere musicali attraverso le reti informatiche, lessi La coda lunga di Chris Anderson.
Il concetto era chiaro già allora: il futuro dell’industria non sarebbe stato basato sulla qualità di pochi prodotti, ma sulla quantità di molti prodotti medi.
Oggi quella previsione è diventata realtà.
Meglio mettere sotto contratto decine o centinaia di artisti, anche con numeri minimi, piuttosto che investire davvero su uno solo.
Se uno, per caso, cresce grazie ai social, a un talent, a una viralità improvvisa, la struttura potrà dire di “averci creduto”.
Ma quella non è progettualità.
È riflesso.
Perché questo è un allarme
L’allarme non nasce dalle etichette.
Nasce dagli artisti.
Artisti giovani, spesso giovanissimi, che magari non conoscono com’era il sistema prima, ma percepiscono che qualcosa non funziona.
Si accorgono che le promesse non corrispondono ai fatti.
Che il contratto non obbliga davvero nessuno a lavorare sulla loro carriera.
E allora chiedono aiuto.
Questo spiega l’esplosione delle richieste di consulenza a inizio 2026:
gli artisti iniziano a rendersi conto di essere funzionali a un meccanismo, più che al centro di un progetto artistico.
Perché oggi si rivolgono agli avvocati
Qui c’è un passaggio cruciale.
Quegli artisti non possono chiedere un parere imparziale al discografico, all’editore o al manager perchè molto spesso sono gli stessi soggetti che stanno proponendo il contratto.
L’avvocato sempre più spesso diventa l’unica figura terza, neutra, indipendente, senza interessi industriali diretti sulla carriera dell’artista.
Una figura esterna non coinvolta nel risultato economico del progetto.
Ed è per questo che oggi l’avvocato sta assumendo un ruolo che, in passato, era spesso del manager migliore: quello di tutore della carriera, prima ancora che del contratto.
Il copia-incolla che smaschera il sistema
Confrontandomi quotidianamente con i miei colleghi avvocati, emerge sempre lo stesso scenario.
I contratti che arrivano sui nostri tavoli sono sempre uguali.
Stessi testi, stesse clausole, stesso schema.
Un vero e proprio ciclostile contrattuale.
Cambiano i nomi degli artisti, ma non cambia la sostanza.
E lo stesso vale per le email di accompagnamento, le cosiddette lettere di intenti:
stesse parole, stesse promesse di visibilità, stesso linguaggio motivazionale.
Il problema è che le parole non trovano riscontro negli obblighi contrattuali.
E questo, per noi che ne vediamo centinaia, è evidente.
Per un artista che ne riceve una sola, molto meno.
Un chiarimento necessario
Non tutte le etichette indipendenti sono così.
Esistono realtà piccole e medie che lavorano seriamente, che investire sulla carriera degli artisti lo fanno davvero.
Molte di queste le conosco, le rispetto e, in diversi casi, collaboro anche con loro.
Questo articolo non si rivolge a loro.
E non si rivolge nemmeno alle major o alle grandi realtà indipendenti strutturate.
Il problema riguarda la stragrande maggioranza di soggetti minori, spesso nomi sconosciuti, che hanno un unico obiettivo:
rosicchiare una percentuale sugli streaming e restare agganciati all’artista nella speranza che, con le sue sole forze, succeda qualcosa.
Il capovolgimento finale
In questo modello, l’artista diventa uno strumento.
Un contenuto.
Un mezzo.
L’arte passa in secondo piano, la musica perde centralità, e il valore culturale si dissolve.
Uno sguardo al futuro
L’auspicio è che questa fase produca consapevolezza.
Negli artisti, ma anche nel sistema nel suo complesso.
Non può essere compito esclusivo degli avvocati quello di tutelare l’arte e gli artisti.
Serve una responsabilità condivisa: etichette, manager, operatori, professionisti.
Solo così si può tornare a rimettere la musica al centro, e non usarla come semplice rumore di fondo di un algoritmo.
Fabio Falcone
23.01.2026
